Le forze armate che Duce e Re Imperatore mandarono al fronte il 10 giugno 1940 non erano equipaggiate per una guerra moderna, e le scorte su cui potevano contare non avrebbero consentito loro di tirare avanti più di qualche mese. Non avevamo il radar, non avevamo le portaerei, i carri armati erano troppo leggeri, i nostri aerei non erano né veloci né bene armati.
I fanti combattevano ancora con i moschetti del 1891, i piloti da caccia coi biplani (i primi aerei monoplano con prestazioni paragonabili a quelle dei caccia inglesi, i Macchi MC 202, iniziarono a essere forniti ai reparti di punta dell’Aeronautica solo nel 1941): addestratissimi al volo acrobatico ma nessuno aveva spiegato loro come cavarsela col buio o col tempo cattivo.
Esercito, Marina e Aeronautica di frequente agivano ignorando l’una cosa facesse l’altra, e spesso l’aeronautica doveva fare il lavoro delle altre due, finché si arrivò al 1943 che di aerei buoni ancora per combattere ne erano rimasti assai pochi.
La capacità produttiva dell’industria bellica italiana non reggeva il confronto né con la Germania né con gli Stati Uniti e il Giappone.
Benché al corrente di questa situazione Mussolini decise di entrare in guerra comunque. Un bluff basato sul presupposto che la guerra si sarebbe conclusa in pochi mesi, pur di non farsi scavalcare nel gioco dei rapporti di forza tra le potenze europee dalla Germania, alla quale il regime fascista aveva deciso di vincolarsi con il “Patto d’acciaio”.
Nel giro di pochi mesi l’Italia perse la Somalia e fu messa sulla difensiva sul fronte libico. La mossa a effetto di Mussolini di attaccare la Grecia in risposta all’occupazione tedesca della Romania coi pozzi petroliferi e le raffinerie di Ploiesti per poco non ci fece ricacciare in mare dall’esercito greco alleato degli inglesi e ci costrinse a invocare l’aiuto tedesco. Nell’entourage hitleriano si iniziò a mormorare delle tare che la razza latina aveva accumulato: gli italiani non erano buoni a combattere, tutt’al più potevano servire come manodopera industriale, come “scimmie ammaestrate”, per usare la vecchia espressione di Taylor.
Il peso di disorganizzazione, addestramento inadeguato e equipaggiamento obsoleto ricadde tutto sui soldati.
Il loro sacrificio fu eroico su tutti i fronti. Gli alpini ressero sulle montagne albanesi e sfuggirono all’accerchiamento sovietico sul fronte del Don. Fanti, bersaglieri, paracadutisti, carristi, marinai, si batterono con valore dovunque furono impiegati. Nelle fasi più disperate del conflitto i piloti si alzavano in volo con gruppi di nemmeno tre-quattro caccia per intercettare centinaia di bombardieri alleati in formazione serrata, gli aerosiluratori conoscevano tutti la statistica secondo la quale in media ogni equipaggio non sarebbe sopravvissuto oltre la sua quarta missione, eppure, come tutti gli altri, continuarono a cercare di affondare navi nemiche finché fu loro ordinato, fino alla sera dell’8 settembre quando decollarono coi loro vecchi trimotori Savoia-Marchetti “79” in missione di contrasto agli sbarchi alleati a Salerno.
Il Re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia fece defenestrare Mussolini il 25 luglio 1943 e nominò al suo posto Capo del Governo il Maresciallo d’Italia generale Pietro Badoglio, dando vita alla dittatura militare dei “45 giorni”. Insieme re e generale cercarono di prendere tempo sia con gli Alleati che con i tedeschi. L’8 settembre, quando Eisenower disse loro che il tempo delle manfrine era finito e che avrebbe annunciato al mondo che l’Italia aveva già firmato l’armistizio (il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia, per mano del generale Castellano), il generale Badoglio si vide costretto a diffondere un messaggio radio dove si alludeva alla necessità di rispondere agli attacchi da “qualunque altra provenienza” che non fosse quella degli Alleati. I vertici militari erano senza ordini, tranne generiche disposizioni, il grosso delle forze armate si sbandò e i tedeschi, increduli per non incontrare quasi alcuna resistenza, furono liberi di occupare l’Italia con l’operazione “Alarico”, messa a punto mesi prima, quando fu chiaro a Hitler e ai suoi generali che l’Italia era vicina alla capitolazione.
Nei giorni successivi i militari tedeschi – senza differenze tra esercito regolare, la “Wehrmacht”, e le “SS” – contravvennero a ogni convenzione internazionale sulle rappresaglie e sul trattamento dei prigionieri e si vendicarono su quanto restava dell’esercito italiano: a Corfù e Cefalonia e altre isole greche le guarnigioni del Regio Esercito che si arresero dopo aver tentato l’impossibile per difendersi furono passate per le armi con l’assassinio dei loro ufficiali comandanti. Le vendette si estesero alla popolazione civile. In tutta Italia iniziò una lunga serie di eccidi che si concluse solo nel maggio del 1945.
Il re e Badoglio, prevedendo che i tedeschi avrebbero accerchiato Roma, avevano due possibilità: difendere la Capitale del Regno schierando le divisioni dell’esercito che stavano convergendo verso il Lazio per difenderla, rinforzate da lanci di paracadutisti angloamericani, o abbandonarla in tutta fretta, farsi coprire la ritirata dalle forze superstiti del Regio Esercito e mettersi al sicuro nel territorio italiano già in mano degli ex-nemici. Decisero per la seconda ipotesi, e lasciarono la capitale a tedeschi e fascisti. A difenderla rimasero, tra 8 e 9 settembre gli antifascisti insorti insieme ai militari della divisione “Granatieri”, dello squadrone di carri “Montebello” e di altri reparti.
I vertici dello Stato e delle Forze Armate lasciarono i militari su ogni fronte pressoché privi di disposizioni, e nulla fecero per assicurare a Roma una difesa munita. In questo sta il buio per la storia d’Italia che l’8 settembre rappresenta.
Tutto quello che venne dopo fu il risultato di scelte il più delle volte affidate alla coscienza individuale di cittadini e militari la cui classe dirigente si era dissolta: quelli che anche durante la dittatura non avevano smesso di contrastare il regime fascista decisero di passare all’azione organizzata e iniziarono la Resistenza. Ma si trattò di una minoranza la cui coscienza politica era maturata negli anni dell’attività clandestina dei partiti politici antifascisti. Tutti gli altri si trovarono di fronte a scelte difficili che talora li segnarono per sempre: rispondere all’appello tardivo del Re e di Badoglio di schierarsi al fianco di inglesi, americani e sovietici; mantenere il vincolo che li legava all’ex-alleato germanico, fino in certi casi ad accettare di vestire la sua divisa, e talora fino al fanatismo e a rendersi complici degli orrori con cui le armate tedesche segnavano la via della loro ritirata da sud a nord della penisola; o ancora mettersi al riparo da bombe e proiettili, salvare la pelle.
Il caos a ridosso dell’8 settembre 1943 mostrò a tutto il mondo che la monarchia sabauda e la sua classe dirigente erano indegne di reggere le sorti dello Stato italiano.
Mussolini gettò l’Italia in una guerra che non aveva i mezzi per combattere, finché essa non divenne terra di conquista e di scontro tra eserciti stranieri. Il duce finì i suoi giorni dopo essere stato messo da Hitler a capo di uno stato fantoccio. Insieme ai suoi principali complici e a quanti lo sostennero fino all’ultimo tradì la sua patria nel modo più grave. Per questo venne giustiziato.
Molti italiani tennero duro contro bombe e proiettili. Tra essi, alcuni presero le armi contro i nazi-fascisti aggiungendosi ai primi nuclei della Resistenza, molti altri li aiutarono rifornendoli di cibo e ripari e spesso furono puniti con rappresaglie violentissime dai militari nazifascisti. I superstiti di Regio Esercito, Marina e Aeronautica rifluirono in parte nelle forze armate italiane co-belligeranti schierate sul fronte italiano con gli anglo-americani e sul fronte balcanico con l’esercito di liberazione iugoslavo. Centinaia di migliaia di soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi e internati nei campi di concentramento in Germania rifiutarono di tornare in Italia a combattere per le forze armate della Repubblica Sociale di Mussolini. Pochissimi altri, pur rimpatriati sotto le insegne fasciste, ebbero la forza di capire di essersi schierati con traditori e criminali e si unirono alla resistenza antifascista. Tutti loro, insieme, combatterono per restituire all’Italia quell’onore che una monarchia imbelle e più di venti anni di dittatura avevano tolto, e liberarla dai barbari che l’avevano invasa.





