I.
Un grande patrimonio di idee e di sostegno popolare è stato dilapidato nel giro di venti anni. L’unico progetto di ricostruzione è stato avanzato ieri (9 giugno 2009) dalla direzione nazionale di Rifondazione Comunista: riunificare la sinistra a cominciare dalle forze confluite nella lista comunista e anticapitalista.
L’abbozzo di storia che vorremmo raccontare procedendo per salti e omettendo diversi episodi inizia qui.

Bertinotti, da ex socialista, prima del disastro della Sinistra/ l’arcobaleno immaginava una Epinay della sinistra italiana, cioè un momento fondativo con la riunione di componenti diverse. Come quello che in Francia, appunto a Epinay, aveva rilanciato il Ps. Bertinotti in Rifondazione è entrato dopo il 1991 e forse dimentica che la stessa Rifondazione Comunista traeva la sua forza dall’essere stata essa stessa questa “Epinay”, che metteva insieme gli iscritti al Pci che non si erano riconosciuti nel progetto del Pds, Democrazia proletaria e le sue componenti, gruppi m-l, trotzkisti, e altro. Ce l’avevamo già e qualcuno l’ha distrutta in nome della governabilità e del moderatismo, i veri sconfitti delle ultime elezioni europee, visto che non hanno dato alcuna risposta ai problemi posti dalla crisi economica mondiale.
Per alcuni anni, almeno fino al 1996, il partito è cresciuto, ha goduto di un sostegno popolare spontaneo che non si è tradotto però in nessuna organizzazione: la classe dirigente del partito è stata spesso selezionata per cooptazione, specialmente scegliendo tra i fuoriusciti che poco alla volta abbandonavano il Pds, allettati dagli spazi che avrebbero potuto trovare nel Prc, che ne ricavava una impostazione radicale, nel senso di demagogica, ma senza essere capace di realizzare una sintesi e formare un gruppo dirigente con una base comune effettivamente solida, come avrebbero provato gli sfaldamenti e le divisioni degli anni successivi.
Forse sono anche queste le ragioni che hanno impedito al partito di riuscire nel compito, che dovrebbe essere di tutti i partiti che decidono di chiamarsi comunisti, di fare delle sue sezioni un luogo di formazione di una nuova coscienza politica e culturale. Questo non è successo. Lo spessore intellettuale dei dirigenti del Pci è solo un ricordo lontano, il livello di discussione di quel partito e la civiltà del dibattito che vi si sviluppava non fanno parte dell’eredità trasmessa a Rifondazione.
II.
Nei primi anni ‘90 il partito tiene nonostante alcune scissioni parlamentari, come quella dei “Comunisti unitari”, che uscirono per sostenere il governo Dini. Ma è dopo il 1996 che le cose iniziano ad andare veramente storte. L’organizzazione del partito non riesce a crescere, molti suoi iscritti vi restano tutt’al più uno, due anni, poi tornano a casa impressionati dalla pochezza della vita politica alla quale partecipano e da divisioni e denigrazioni. Chi scrive non è l’unico testimone di riunioni in cui i primi avversari sembravano essere i dirigenti del partito, mentre quello che succedeva nel resto della società veniva dato per scontato, ma era una scusa per farne a meno. Rifondazione invece di essere uno strumento per conoscere il mondo stava diventando una tana dove mettersi al sicuro ignorandone le contraddizioni.
Nel frattempo c’è l’appoggio al governo di Prodi, durante il quale le proposte di Rifondazione sono accantonate sistematicamente, come quella sulle 35 ore, che invece in Francia erano diventate realtà. E si arriva alla scissione del 1998, quando Cossutta, pur di restare fedele a Prodi e non farne cadere il governo, fonda il Pdci, con segretario Oliviero Diliberto, che diventerà Guardasigilli. L’intuizione del Prc di uscire dalla maggioranza parlamentare – sbagliata per tipo di condotta, il logoro ritornello “svolta o rottura” con cui Bertinotti usciva sui giornali e dopo un po’ aveva seccato l’opinione pubblica– si rivelerà giusta solo all’indomani della cosiddetta guerra umanitaria in ciò che restava della Iugoslavia. Oggi il Kosovo è un ricetto di mafie, e non si può non riconoscere che un atteggiamento diverso nei riguardi di Milosevic sarebbe stato più lungimirante. Ma proprio un uomo nato e cresciuto a sinistra, Massimo D’Alema, da presidente del Consiglio forzerà il significato del ripudio della guerra contenuto nella Costituzione, mentre ad alcuni settori del Pdci, che rimarrà al governo per non consegnare l’Italia a Berlusconi, riuscirà sempre più difficile nascondere le proprie ragioni opportunistiche.
Ancora adesso non è chiaro il rapporto tra Armando Cossutta (che dichiarerà “morto” il comunismo nel 2007) e i dirigenti del Pds, non è chiaro cioè il grado di autonomia politica del Pdci dell’epoca dal partito maggiore della sinistra. Ma la stessa domanda andrebbe rivolta anche a Bertinotti, è stato lui a cacciare da Rifondazione intere sue componenti in vista dell’ingresso nel governo. Per capire quanto sia attuale questo problema, bisogna pensare a Nichi Vendola e alla componente ex vendoliana di Rifondazione. Vendola se la cava sempre facendone un problema di buon gusto, ma intanto non risponde alla domanda: esistono accordi di qualche tipo tra la sua area politica e il Partito democratico? L’ultima volta che non ha voluto rispondere, sottintendendo che era escluso il solo pensarlo, è successo nell’intervista al “manifesto” di sabato 6 giugno, uno dei tanti piccoli aiuti che quel giornale ha dato a Sinistra e libertà, che sommati fanno un sostegno impegnato e continuo.
Oggi Franceschini ammette che il Pd non riesce a farcela da solo e guarda a sinistra. Giovanna Melandri interviene su “l’Altro” (9 giugno 2009) e lancia un ponte con Sinistra e libertà, perché quel 3% pesa e va incassato. Vendola sta preparando la risposta e intanto afferma che il suo “cantiere” va avanti. Vorremmo sapere che ne pensa di tutto questo l’attuale minoranza – già bertinottiana – del Prc.
Non può durare a lungo senza che nessun iscritto si accorga che a decidere sono sempre meno persone. Dove si discute la linea politica, chi la decide? Per come stanno le cose di questi tempi, sembra che pochi centri di decisione amplificati da pochi quotidiani pretendano di sostituire migliaia di sezioni di partito.
Ma sembra che tutte le risposte che tendono a riproporre le vecchie alleanze possano contare solo su un atteggiamento remissivo del Prc. A queste condizioni non cresceremo mai e alla lunga saremo cancellati. Un’alleanza, come viene prospettata, tra Udc, Idv e Pd vedrebbe in una condizione subalterna i pezzi di sinistra che dovessero aggregarsi. Se dobbiamo aiutare a costruire un fronte anti-destra dobbiamo puntare i piedi sui punti programmatici, pretenderne l’applicazione e, se non ci dovesse essere, andare fino in fondo. Ma questo lo si fa con un partito organizzato, nelle condizioni in cui ci troviamo adesso è tutto molto più difficile.
III.
Il vero guaio è al nord, come osserva un’analisi del voto molto puntuale della redazione del periodico telematico “essere comunisti”. È lì, proprio dove era insediata e radicata in profondità, che la sinistra ha perso e sembra non avere più niente da dire.
La Lega vince perché i suoi militanti escono coi gazebo e applica l’educazione civica, così un servizio su Repubblica di oggi, 10 giugno 2009. Sarà, ma noi perdiamo perché consideriamo deboli anche coloro che lo sono meno di quello che crediamo, perché organizzati in reti di solidarietà interna in grado, nel caso del commercio di esercitare una concorrenza che non teme rivali. Bisognerebbe rileggere Brecht. Vendere collanine e fare l’elemosina, se dietro c’è un’organizzazione capillare e ramificata, è lo stesso che mettere in piedi un’impresa, come vendere caffé e bibite sui treni. Dopo qualche anno di lavoro ci si può arricchire, oppure essere sfruttati fino a sputare sangue. Ma per alcuni tra di noi non c’è differenza tra sfruttati e sfruttatori nel campo dei nuovi italiani, non sappiamo da che parte stare perché non abbiamo fatto un’analisi di classe seria del fenomeno, e in questa indeterminazione non siamo capaci di dire nulla di convincente.
I “respingimenti” hanno sortito il loro effetto se la Lega vola così alto. Noi non ci interrogheremo mai abbastanza se non bisognasse pensare prima, impegnandoci con campagne massicce, a provvedimenti di difesa della forza-lavoro nazionale, invece di fare grandi proclami ma poi, in definitiva, sorvolare assecondando le pulsioni liberaleggianti dei governi di centro-sinistra che si sono succeduti dalla metà degli anni ‘90 in poi. Una visione esclusivamente caritatevole del problema dell’immigrazione ci ha fatto dimenticare la sua funzione di elemento di concorrenza per ridurre il costo della forza-lavoro e allontanarla dal sindacato. Ma questa è un’analisi troppo semplicistica che bisogna riprendere e approfondire, perché è stata proprio di Rifondazione la battaglia sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori alle imprese con meno di 15 dipendenti. Forse stiamo parlando di un contenitore che, incapace di arrivare a unificare le lotte, è rimasto vuoto.
Sta di fatto che l’accoglienza verso i migranti, nel senso comune, è stata vista come – e per certi aspetti lo è stata – una presa di distanza dalle classi popolari. Altrimenti perché voterebbero Lega, o si astengono? Rifondazione, lo abbiamo fatto notare molte volte, nello schema di gestione della complessità che la vedeva subalterna al progetto politico del centrosinistra da dopo le dimissioni di Occhetto in poi, era il partito destinato a occuparsi degli “ultimi”: come dire migranti e mendicanti, agli operai ci avrebbe pensato sempre il Pds-Ds-Pd. Non è proprio così che è andata alla fine, ma il ruolo che il partito è andato ritagliandosi, e la classe dirigente di trentenni che si è affermata nel partito con il patrocinio di Fausto Bertinotti si era specializzata in questo. Almeno come obiettivo principale, rispetto al quale il lavoro salariato di fatto veniva in secondo piano.
Sorvoliamo su tutto il casino fatto all’epoca del “movimento dei movimenti”, andiamo dritti al secondo governo Prodi: l’inizio della fine, la questione dei diritti che sembrava aver sbaragliato tutto il resto. Il partito, e la sinistra di alternativa, hanno dilapidato tutto il residuo di credibilità accumulato con le loro battaglie di opposizione, Bertinotti, Diliberto, Ferrero, sono stati visti come degli opportunisti, che una volta andati al governo avevano esaurito il loro compito, la politica non era compito loro. Anche questa è una semplificazione eccessiva, ma sta di fatto che nel senso comune la presenza di Rifondazione al governo è stata identificata con le battaglie per i diritti delle coppie di fatto e la presenza tra i banchi di Montecitorio di Vladimiro Guadagno. Oggi corriamo ai Gay Pride, perché in fin dei conti ci costa poco accogliere le piattaforme di gruppi organizzati, rinunciando ad averne una nostra. Alle coppie eterosessuali diciamo di rivolgersi ai teodem?
Ma ci sono anche altre sfumature. Partire dalla Lista comunista e anticapitalista per fare un polo di sinistra alternativo al Pd sarà molto probabilmente il tema principale dello scontro al prossimo congresso di Rifondazione Comunista, partito del 2%. Ma dopo gli inviti a unire le due metà disperse – considerando che socialisti e verdi sono di passaggio, su questa terra come nei cartelli elettorali – non resterà alla minoranza del Prc che ha perso lo scorso congresso che rialzare la testa, tentare l’alleanza con Ferrero e deporre l’odiato Grassi, oppure uscire e andare da Vendola. Non sappiamo se questo servirà a chiarire le cose. Il risultato sarà ancora di avere un partito debole, da rimettere in piedi, e la sensazione di esserci consumati inutilmente a fare i galoppini di qualcun altro.






Cari Compagni,
un anno… soltanto un anno per dare, a questo gruppo dirigente ed a quello di tutti i “fuoriusciti”, l’opportunità e la responsabilità di costituire un nuovo partito comunista.
Scrivo comunista, e non “dei comunisti”, perchè compagni, sinceramente comunisti nel proprio vivere quotidiano, sono dappertutto; anche tra gli elettori di altri partiti (PD, S&L, LEGA, IdV) e, qui in Calabria, lo sappiamo bene…
Solo un anno per costruire un partito comunista da chiamare come volete, purchè sia popolare, di sinistra e soprattutto popolare a sinistra. Solo un anno, per non dover far decidere a tanti compagni che la costruzione di un partito popolare e di massa sia possibile solo in un partito democratico…
Saluti comunisti da (elettore, da sempre, di R.C. ed ex militante e dirigente locale)
Piero Zucaro
via Piave, 82 sc.E – Cosenza
Caro Piero.
le parole sono pietre, e un partito comunista non può che chiamarsi comunista. Se non fosse così, perchè il PD non ci ridà il nostro vero nome, che è Partito Comunista Italiano?
Te lo dico io: perchè quel nome è ancora potente, un vettore di affetti e di pensiero.
Altra cosa è discutere sul senso e sul significato di “comunismo”, alla luce delle catastrofi del secolo breve, cosa finora mai avvenuta per debolezza teorica e politica, e deteriore opportunismo.
Le qualità morali dei comunisti, ultimamente, latitano alquanto.
L’avversario storico del comunismo è, prima del capitalismo, lo stalinismo. Ma anche il burocratismo, l’avventurismo, il populismo, la demagogia, l’elitismo, la spocchia, l’arroganza e la presunzione, e non è finita.
Non ce l’ha ordinato il dottore, essere comunisti. E’ una scelta, non una costrizione. O meglio un piacere, il piacere della socialità e dell’intelligenza.
Chi non ne sa godere, è meglio che se ne torni a casa.
Francesco Blasi
…sulla valenza simbolica e pratica di alcune parole posso senz’altro essere daccordo, caro Francesco, ed immagino pure il vero motivo (trasformistico, come al solito) di tenersi stretto un marchio (“P.C.I.”) che, non si può mai sapere… conigli ce ne sono sempre da cacciar fuori dal cilindro!
Ma il nodo vero, per me, non è questo.
Lavoro da un po’ sul “secolo breve” (per motivi politico-culturali) e tutte ’ste catastrofi le ho viste soprattutto nella “sindrome di rimozione collettiva” di un patrimonio culturale italiano immenso (e non penso solo a Gramsci, che pure è il centro del mio lavoro da qualche anno) operato da gran parte della c.d. intellighenzja nostrana, che potrebbe contribuire, invece, a ben altra costruzione di un nuovo senso comune, anzicchè farsi le pippe con i paroloni e con le “sette” filosofiche che i “subalterni” non riescono a seguire.
Scusa il lungo giro di parole (a proposito di… parole), ma percepisco diversi aspetti comuni e condivisibili nel tuo discorso.
Mi preoccuperei, piuttosto, soprattutto del primo dei vari “ismi” da te citati, che è quello che ci sta massacrando (e Marx, mò, lo recuperano pure gli analisti conservatori).
In quanto alle prescrizioni mediche, pur rimanendo concretamente tale (comunista) nella vita mia e della mia famiglia, non credo che i tanti compagni in giro per l’Italia non lo pratichino altrettanto sinceramente, solo perchè hanno una tessera anzicchè l’altra o non ce l’abbiano affatto.
E’ solo (solo, si fa per dire…) una “quistione” di fiducia maggiore o minore verso un progetto politico che noi (vedi? dico ancora noi…) non siamo stati ancora in grado di rendere attrattivo e convincente, perchè gran parte dei gruppi dirigenti della c.d. sinistra antagonista pensano a qualcos’altro prima di pensare al consenso delle masse.
La ricetta non ce l’ha nessuno, ma l’unico orizzonte di senso per me percorribile è quello di tornare a lavorare con i ragazzi nella fase più impegnativa della formazione di un pensiero critico, per sperare in una futura classe dirigente che sbagli un po’ di meno…
Non sono mai stato nel PCI, ma ho sempre ammirato i tanti compagni, con i quali andavo d’amore e daccordo, che venivano fuori dalle c.d. “scuole quadri”.
Bèh…! Ora vado a nanna. Domani devo riprendere a scrivere. Grazie anche a te per l’opportunità che mi hai dato per scambiare un po’ d’idee.
Piero
Ma ragazzi, insomma, ma facciamo una grande sinistra unita, una sinistra che faccia la sinistra, senza aggettivi e senza ricordi strazianti…solo così …forse, si riuscirà a contare, basta insulti, io ho votato Vendola perchè è l’unico che ha capito il problema del terzo millennio, il secolo passato è passato, per favore basta con i Diliberto che vanno a commemorare stalin sulla piazza rossa, insomma basta con i finti rivoluzionari che non fanno l’interesse dei più deboli, uniamoci e cresciamo,ciao a tutti.