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		<title>“La Madre” di Borrelli è una Medea tra i Casalesi</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 15:47:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Morvillo da liberazione del 06/12/2010 Due sono i momenti cruciali che precisano, sia sul versante drammaturgico che su quello scenico, la sostanza, ad un tempo ideologica e formale, di cui si impronta La Madre: ’I figli so’ piezze’i sfaccimma, lo spettacolo prodotto dallo Stabile di Napoli e andato in scena al Teatro San [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=prcvomeroarenella.wordpress.com&amp;blog=4562509&amp;post=1797&amp;subd=prcvomeroarenella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>di Vincenzo Morvillo da <a href="http://www.liberazione.it/news-file/-La-Madre--di-Borrelli---una-Medea-tra-i-Casalesi---LIBERAZIONE-IT.htm" target="_blank">liberazione</a> del 06/12/2010</div>
<p style="text-align:justify;">Due sono i momenti cruciali che precisano, sia sul versante drammaturgico che su quello scenico, la sostanza, ad un tempo ideologica e formale, di cui si impronta La Madre: ’I figli so’ piezze’i sfaccimma, lo spettacolo prodotto dallo Stabile di Napoli e andato in scena al Teatro San Ferdinando, di cui è autore, regista e interprete Mimmo Borrelli: l’incipit e il finale, chiusi in quella circolarità temporale tipica del mythos, che è poi uno degli elementi fondamentali della tragedia in argomento.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo spettacolo, infatti, si apre con queste precise parole: «Na mamma che vva facenne ’i bbucchine nunn’è degna ’i essere chiammata Maria, figliola … mugliera, perzine mamma che vasa ’i figlie ’nt’ ’a nuttata, stugliannese ’a faccia ’ncopp’ ’a nu mantesine cu chella vocca ch’anco’ feta a ppeste ’i sfaccimma!»; e si chiude con queste altre: «Mamma senza famiglie. Mamma senza figlie. Mamma ca ’u piglie ’nt’ ’i ppacche mentre figlie[…]Madre terra fertile. Mamma indomabile. Mamma assai terribile. Mamma Vergine Madre, figlia del suo figlio. Mamma di suo Padre per incestuoso appiglio. Mamma ’i Ggiesù Criste[…]Mamma assaje puttana, cu ’a statua r’ ’a Maronna se fa na fessa’mmane[…]».</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://lavaligiadellattore.blogosfere.it/images/milvia%201-anteprima-400x266-204487.jpg" alt="" width="400" height="266" /></p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-1797"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Parole disturbanti, crude, oscene, sfiguranti, intrise di maledizioni e bestemmie, che il protagonista, tal Francesco Schiavone, detto Santokanne –di cui si intuisce chiaramente il valore simbolico del nome che, traslato dalla realtà camorristica, fa riferimento al capo dei casalesi- urla all’indirizzo della sua donna, Maria Sibilla Ascione, all’inizio della rappresentazione e alla fine, rispettivamente dall’alto di un ipotetico pulpito e mentre sta sprofondando in un altrettanto ideale abisso, al momento della sua morte. Parole empie, madide di disumanità, il cui unico scopo è quello di colpire la donna in ogni sua connotazione esistenziale, in ogni sua esperienza, sia essa terrena o metafisica. E allora si comprende quanto dicevo all’inizio: e cioè che, sia dal punto di vista ideologico che da quello della pura strutturazione formale, lo spettacolo in parola ha nell’incontro/scontro tra il basso e l’alto –nel senso culturale, linguistico, scenico- la sua essenziale peculiarità.<br />
L’intera messinscena è caratterizzata, infatti, da una “marcatura ossimorica” che Borrelli ha realizzato, sia come autore che in qualità di regista, operando un continuo straniamento dei registri drammaturgici e interpretativi, degli elementi dello stile, dell’uso del segno e del significante, all’interno di una costruzione scenica intesa come sistema linguistico-simbolico. Celestiale/infernale, sublime/fecale, cerebrale/ventrale, poetico/prosaico, sacro/profano, tragedia/cronaca sono, dunque, le coincidentiae oppositorum -come le chiamerebbe Moscato- che scorrono all’interno del corpo drammaturgico/spettacolare della pièce in parola.<br />
E proprio l’iniziale collocazione sul pulpito e la discesa finale all’inferno del protagonista esprimono la perfetta sintesi metaforica di quanto detto finora. Schiavone infatti non rappresenta altro, nell’universo simbolico/drammaturgico creato da Borrelli, che il capo camorra sanguinario e bestiale, la cui cultura, intrisa di violenza, ferocia e inumanità, si rivela qui prevalentemente nel perverso rapporto con la donna, da lui concepito nel segno di un ancestrale dominio ai limiti del sadismo. Le bestemmie da lui lanciate dall’alto del pulpito, altro non sono che i marchi a fuoco di un dispotismo patriarcale primordiale, di un maschio/ padre/dio che vedremo agire, per tutta la rappresentazione, con crudeltà e scelleratezza non solo nei confronti della moglie, ma anche dei figli e della comunità di cui si sente il padrone assoluto, potendo deciderne i destini, la vita e la morte. Una morte che però sarà proprio lui ad incontrare, quando la moglie, Maria Sibilla Ascione –odierna Medea- deciderà di vendicarsi, stanca del suo sadismo e delle sue vessazioni, uccidendo lui ed i figli, da lei stessa inebetiti fin da piccoli, attraverso uno svezzamento col vino anziché col latte materno. Per tutta la vita, lei ed i suoi ragazzi sono rimasti nascosti agli occhi del mondo, in una sorta di caverna/conca che, nello spettacolo, Borrelli riproduce attraverso un bunker posto al di sotto della scena, sotto i piedi degli spettatori. Questa grotta lurida e buia –che scenicamente riproduce quel basso di cui si parlava precedentemente- è l’immagine allegorica di tutti gli orrori, le oscenità, i crimini che ci vengono narrati sulla scena. Orrori e crimini che non sono stati commessi solo dal protagonista maschile, ma anche dalla moglie e dai figli. E allora appare giusto quanto dice Borrelli, nell’introduzione al suo dramma, per spiegare la scelta di ambientare l’azione in un: «utero-voragine di ogni dolore: il bunker, la caverna, la fossa comune, la sala delle torture votive, offerte in anelli di catene rumorose e strascicate come i misteri di Procida, dove si nasconde ogni celato segreto e dove Santokanne ha nascosto e “arrepezzato” e tumulato per anni, l’ignominiosa vergogna dei suoi snaturati figli, Pascale e Totore Mammiluccio». Borrelli parla di utero/voragine e questo è, se vogliamo, non solo una chiara allusione al femminile, ma anche a quella terra in provincia di Napoli -Borrelli è di Torregaveta, località dell’area flegrea- funestata dalla presenza e dal dominio camorristico, che tanti delitti e tanti scempi, ambientali e sociali -c’è anche, all’interno della pièce, un riferimento all’annoso problema dell’immondizia- ha perpetrato. Dunque, ancora una volta il femminile: stuprato, sfregiato, deformato e corrotto da quella barbara cultura, maschilista e violenta, che ha nella camorra, e nelle mafie tutte, il suo apice esemplificativo.<br />
Il femminile, nella messinscena di Borrelli, è Maria Sibilla Ascione che, lo si sarà capito, ne condensa i vari volti: donna, terra, madre, madonna, semplice utero, o peggio semplice buco che anche i figli provano a penetrare, in un’ eccitazione incestuosa, che è il confine non detto di ogni empietà, di ogni sordido crimine. L’iniquità e la bestemmia, l’umiliazione e il sacrilegio, la profanazione e il crimine, sono quindi le uniche prerogative all’interno di un codice linguistico e gestuale proprio di un mondo, di una terra, di un’umanità, che Borrelli ci narra con passione e dolore, restituendocela attraverso una poesia drammatica e scenica che ci rimanda direttamente al teatro della crudeltà di Artaud.<br />
Il discorso teatrale di Borrelli si predispone, ovviamente, a diverse chiavi di lettura, per la quantità degli elementi e dei riferimenti culturali che l’autore ha voluto e saputo mettere in gioco. Anche se –e lo diciamo soltanto come consiglio- in alcuni casi la fantasia e il godimento intellettuale vanno tenuti un po’ a freno, altrimenti potrebbero trasformarsi in bulimia e autocompiacimento.<br />
Fatta questa precisazione, va detto comunque che qui Borrelli spazia, con intelligenza e senza mai smarrire la bussola, dal sociale al politico –mi sembra chiaro, in proposito, il riferimento alla nostra realtà, dove un presidente democratico si è trasformato in una sorta di capo orda, una sorta di padre primordiale che usa il corpo delle donne come se fosse, appunto, semplice carne da stupro; dall’antropologia alla psicanalisi, dalla religione al mito. E i riferimenti culturali che vi si possono rintracciare sono molteplici e di grandissima caratura: basti pensare ad Eros e Civiltà di Marcuse e a Il Ramo d’oro di Frazer, per quel che concerne il discorso sulle società arcaiche e il dispotismo patriarcale; a Lacan, per quanto riguarda l’uso di quella lingua/vernacolo visionaria e materica, arcaica e infantile, che ricorda, appunto, lalangue corpo/voce di matrice lacaniana: una lingua svuotata di ogni funzione rappresentativa ed investita di una significanza “creatrice di senso”, dunque una lingua teatrale e teatrante; per finire con Cassirer e Colli per quel che riguarda i miti: c’è sempre infatti, nei lavori di Borrelli, un elemento di follia dionisiaca che percorre la scena dall’inizio alla fine. E del resto, per l’occasione, Borrelli si rifà chiaramente al mito di Medea.<br />
Dunque, uno spettacolo di straordinario impatto, sia visivo che emotivo, e che in più passaggi è risuonato come un vero e proprio manrovescio assestato sul viso di ogni illusione buonista, di ogni melliflua speranza, di ogni ipocrisia moralistica, di ogni borghese scorciatoia per una più o meno serena felicità. Uno spettacolo disperato e pessimista che, una volta tanto, ci rivela la vita per quello che è il più delle volte: crudeltà.<br />
Infine, non possiamo dimenticare gli attori. Innanzitutto è doveroso citare Milvia Marigliano, una Maria Sibilla Ascione lacerata e lacerante nel suo dolore di donna e di madre, squarciata dalla follia e dilaniata dalla colpa per aver reso ebeti i figli, ma anche accesa dal fuoco della vendetta, che consumerà con spietatezza e fredda premeditazione. La Marigliano è capace di variare di registro senza mai smarrire il centro del suo personaggio, cui regala le forti tonalità della follia e della crudeltà, e i più tenui colori dell’umana tenerezza e della compassione. In seconda battuta, Gennaro Di Colandrea e Geremia Longobardo, i due figli, bravissimi nei loro movimenti stereotipati e frenetici, dovuti alla loro condizione di ritardati, ma anche capaci di essere lascivi fino alla depravazione nel rapporto con la madre. Lo stesso Borrelli, che dona al suo Santokanne tutta la crudeltà, l’infamia e la nefandezza che ci si possa aspettare da un boss di camorra, simile più ad un satiro tragico che ad un uomo. Ed infine, Agostino Chiummariello e Serena Brindisi, rispettivamente Adamo ed Eva, forse gli unici personaggi positivi in questa discesa negli inferi dell’umanità, che con i rispettivi ruoli, anche se un po’ defilati, contribuiscono alla riuscita dell’allestimento. Degno di menzione, per le bellissime scenografie, Luigi Ferrigno.</p>
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		<title>La banda Bassolino</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 11:46:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La banda Bassolino, molto più simile a bande camorristiche reali che alla Banda Bassotti, seppure ridimensionata non si è ancora sciolta. Ha, evidentemente, ancora interessi da difendere o lotte da portare avanti che nulla hanno a che fare con la politica o con il Partito Democratico ( partito democratico e politica sono abbastanza distanti tra loro) ma solo con la gestione di affari personali. Intanto al Comune la Valente prima lascia e poi,trombata, rientra in giunta; mentre una bassoliniana doc, già commissario della ASL Na 1, prima di essere cacciata da Caldoro, si trova un posticino in una partecipata del comune. Insieme ad altri disoccupati della sinistra. E&#8217; in questo modo, con e per queste pratiche, che perderemo anche le prossime elezioni comunali. Perchè tante persone perbene, tanti compagni, non andranno a votare per questa gente  e la destra  camorristica vincerà. Ma tant&#8217;è&#8230;.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/prcvomeroarenella.wordpress.com/1792/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=prcvomeroarenella.wordpress.com&amp;blog=4562509&amp;post=1792&amp;subd=prcvomeroarenella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Parcheggi &#8230; il quartiere contro il piano del Comune</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 12:07:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Cristina Zagaria su Repubblica del 12 maggio 2010 OGGI si apre il cantiere di via Paisiello al Vomero. Un cantiere che nasce sotto una stella funesta, con tutto il quartiere, cittadini, commercianti e comitati che annunciano «una rivolta di popolo, contro i 21 parcheggi privati che dovrebbero sorgere nella V municipalità». La protesta contro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=prcvomeroarenella.wordpress.com&amp;blog=4562509&amp;post=1788&amp;subd=prcvomeroarenella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Cristina Zagaria su<a href="http://napoli.repubblica.it/"> Repubblica</a> del 12 maggio 2010</p>
<p style="text-align:justify;">OGGI si apre il cantiere di via Paisiello al Vomero. Un  cantiere che nasce sotto una stella funesta, con tutto il quartiere, cittadini,  commercianti e comitati che annunciano «una rivolta di popolo, contro i 21  parcheggi privati che dovrebbero sorgere nella V municipalità».</p>
<p style="text-align:justify;">La protesta  contro i parcheggi è andata in scena ieri pomeriggio durante il consiglio  straordinario di Municipalità, presieduto da Mario Coppeto e a cui hanno  partecipato il soggetto attuatore del commissario straordinario, Luigi Massa, e  l&#8217;assessore comunale alla Mobilità, Agostino Nuzzolo.</p>
<p style="text-align:justify;">«Sul parcheggio di via  Paisiello state tranquilli &#8211; interviene subito Nuzzolo &#8211; domani (oggi ndr) si  comincerà solo a preparare il cantiere. Il nuovo dispositivo di traffico entrerà  in vigore tra dieci giorni, dopo aver ascoltato richieste e suggerimenti di  residenti e commercianti».</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-1788"></span>Massa ha spiegato che sui 21 parcheggi per cui è  stato attivato l&#8217; iter per la realizzazione solo piazza Muzii e via Paisiello  sono partiti, oltre quelli di via Caccavello, bloccato dalla Soprintendenza. Mai  cittadini non sono rimasti soddisfatti delle spiegazioni. Tre i parcheggi che  hanno acceso gli animi del quartiere: piazza Muzzi, via Jannelli, piazza  Leonardo. Il presidente dell&#8217; Ascom Vomero Enzo Perrotta annuncia che «la ditta  Bellavia sarà costretta a fare 5 licenziamenti dopo il brusco calo delle vendite  causato dal cantiere» e chiede con un telegramma al sindaco Rosa Russo  Iervolino, anche nella veste di commissario straordinario ai parcheggi, «la  sospensione delle valutazioni di tutti i parcheggi a forte impatto sulle  viabilità principali». Richiesta fatta con forza anche dai consiglieri di  minoranza, Giuseppe Sasso e Ciro Manzo. Dicono «no ai parcheggi privati» anche i  consiglieri della maggioranza Francesco Fabozzi (« Si rischia parcheggiopoli,  bisogna lavorare per una progettazione partecipata e per parcheggi pubblici») di  Rifondazione e Lydia Mastrantuoni ( Pdci). Numerosi i cittadini che hanno  testimoniato il proprio dissenso. «Difendiamo i giardini di via Jannelli»,  chiedono Assunta Polcaro e Francesco Emma, visti anche «i box già costruiti,  rimasti invenduti e utilizzati come depositi o per fare sesso in zona», aggiunge  Antonio Varriale del Comitato Camaldolilli. E Francesco De Luca: «Chiediamo la  documentazione per la sicurezza e la staticità di piazza Leonardo».</p>
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		<title>Adesso che si fa</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 17:10:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Il problema di Rifondazione comunista e della Federazione della Sinistra è un problema di cultura e tradizioni dei comunisti italiani che in venti anni sono stati dilapidati quasi interamente. Oggi come oggi la nostra condotta nel campo agitativo-propagandistico e i temi che rivendichiamo ci avvicinano di più ai radicali di sinistra americani, come anche a tutte le ambiguità sul tema del cosiddetto «politicamente corretto» che interessano la cultura statunitense, se si guarda a come in quel Paese la destra usa in modo strumentale le questioni delle minoranze. Occorre perciò una correzione di rotta su questo versante a costo di essere, a nostra volta, «politicamente scorretti».</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><span id="more-1770"></span><br />
Ma esserci scostati dalle tradizioni ha anche un significato più profondo. Se il problema della società italiana di oggi è che non c’è più lavoro e non si fanno più figli noi non abbiamo risposte diverse dal chiedere di adattarsi a questa situazione – donde tutte le lotte su coppie di fatto ecc. – ma non sappiamo dire nulla a chi figli e famiglia li vuole avere e non è affatto contento delle proposte che gli fanno liberisti, cattolici e lenoni, che si trovino al governo o all&#8217;opposizione. Quella parte così significativa del lavoro salariato che sono i precari che giorno per giorno cercano di stare a galla per avere un lavoro, una casa, dei legami umani spesso e volentieri eterosessuali, poco o nulla ha da aspettarsi da noi, tanto più quando non facciamo altro che riproporre le nostre battaglie su diritti di omosessuali e migranti, quasi fossero l’unica cosa che interessa ai nostri militanti. Così almeno il Prc prima e la Fds poi sono percepiti, ed è la direzione opposta a quella che dovrebbe prendere un partito che vuole diventare di massa.<br />
Il partito e la Federazione hanno un limite molto pesante sul terreno delle idee. Non paga teorizzare il partito sociale dotandosi di strumenti limitati per guidare le braccia che distribuiscono volantini e si adoperano in concreto a fianco degli oppressi. Un solo esempio, l’Abruzzo: il Prc è andato lì con delle brigate per aiutare i terremotati, ma non una sola proposta è partita per affrontare il tema della ricostruzione, dei centri storici, delle nuove abitazioni. Dire no per principio alle New Town di per sé vale solo ad accodarsi a un dibattito su un terreno imposto da altri senza avere un punto di vista autonomo su cosa implica costruire e ricostruire, sia in generale che dopo una catastrofe. Se non ci sono gli intellettuali in grado di formulare ipotesi in casi come questi &#8211; o peggio, se non si ritiene di rivolgersi, se ne esistono, a quelli iscritti al partito da lunghi anni e dotati di competenze comprovate &#8211; la situazione è oltre il livello di guardia.<br />
Discorso simile può valere per i referendum, non possiamo fare come il partito radicale, se siamo comunisti vuol dire che abbiamo legami saldi con settori significativi, al di là della propaganda, di lavoro salariato – non solo di lavoro operaio – e con loro conduciamo battaglie importanti. Se non li abbiamo dalla nostra parte è un altro indice di arretramento che ci deve mettere in allarme.<br />
Per ridurre all’osso la questione: non si può chiedere di andare a distribuire volantini senza che chi li distribuisce abbia basi di discussione persuasive – idee complessive, in altre parole, non sull’evoluzione dell’universo o sulla filosofia teoretica ma sulle risposte concrete in termini di azione politica e di sistema di alleanze da dare alla crisi italiana – e una forza organizzata e radicata sul territorio, con una rete di sedi periferiche e di rappresentanti istituzionali ai quali fare riferimento per ottenere risultati di qualche concretezza.<br />
Il caso della Campania può essere molto utile. Semplificando molto, Rifondazione nella sua azione di governo regionale ha riservato particolare attenzione a due gruppi sociali, gli operai del settore automobilistico e i disoccupati organizzati in movimenti di lotta. Sono stati ottenuti risultati significativi: stanziamenti per finanziare la cassa integrazione degli operai, ed è stata portata avanti una battaglia sul reddito di cittadinanza, ma solo rispetto a questi due gruppi sociali, relativamente ristretti rispetto a una platea regionale dove le figure di lavoratori salariati sono molte altre. La mancanza di un contatto organizzato, anche in termini di propaganda, tra partito e pezzi di società di questo tipo ha fatto sì che i suoi voti venissero intercettati invece dal Pd o confluissero nell’astensione. In termini di ricaduta elettorale se ciò ci ha impedito di incidere sul voto di opinione, catalizzato ormai da alcuni anni attorno a Italia dei Valori e con queste elezioni regionali al Movimento Cinque Stelle, nello stesso tempo, una volta che Corrado Gabriele, assessore regionale del Prc, dopo la decisione della Fds di andare da sola è uscito dal partito insieme a un numero non trascurabile di circoli ed eletti per candidarsi nel Pd, è stato quest’ultimo partito a beneficiare delle ricadute elettorali dell’azione promossa dall’interno dell’istituzione regionale da un esponente storico del Prc. E i voti presi da Gabriele, interessa sottolineare, non sono la stessa cosa del voto di scambio, tema sul quale varrà la pena di tornare in future riflessioni. Si può discuterne il grado di subalternità al disegno complessivo del centrosinistra al governo e criticarlo in termini oltremodo severi, ma non arrivare a disintegrare pezzi interi di partito. Se si facesse così anche nel resto d&#8217;Italia potremmo andare tutti a casa fin d&#8217;ora.<br />
Partire dalla Campania può servire anche per leggere sotto un’altra luce, anche se ugualmente poco incoraggiante, il dato elettorale nazionale della Fds. Fermo restando che elezioni europee e regionali sono confrontabili solo entro certi limiti, il dato è negativo perché si perde dovunque e anche in presenza di scelte controcorrente – andare da soli, per ragioni diverse, in Lombardia e Campania – non è servito a limitare il fenomeno di erosione di voti determinato dall’azione congiunta di astensione e lontananza dal partito di quelle componenti che nel 2001 ne rappresentarono un elemento di solidità non secondario. Se la matematica non è un’opinione il calo dello 0,7% rispetto alle europee non lo si può certo ascrivere al solo fatto di essere andati da soli in Campania e Lombardia, che serve a spiegare in termini aritmetici solo una parte del risultato negativo. Questo calo a volte drastico del consenso alle liste della Fds sembra avere, almeno riguardo alla Campania, tre matrici: la prima, di non essere andati in coalizione; la seconda, di non essersi aperti al confronto programmatico con il resto del centrosinistra ma invece ponendo una pregiudiziale sul nome con un atteggiamento che a tutti è apparso di chiusura settaria, quando avremmo fatto meglio a capire su quali punti programmatici avremmo potuto ottenere dei risultati; la terza, e forse più interessante per i temi di cultura politica di partito e iscritti che pone, quella di non essere stati in grado sotto nessun punto di vista di intercettare la domanda sociale che c’è dietro il successo come sindaco di Vincenzo De Luca, e questo rimanda al fatto di non essere stati in grado di parlare a settori ampi di società, venendo piuttosto percepiti come una forza politica che fa prevalentemente gli interessi di gruppi sociali ai margini della società e non della maggioranza. È significativo che nessuno abbia notato come, in campagna elettorale, quello stesso sindaco-sceriffo, che in un filmato su Youtube forse noto ben oltre i demeriti del soggetto ritratto chiedeva i documenti agli extracomunitari e ha minacciato di denunciare padre Zanotelli di procurato allarme, abbia manifestato aperture molto significative agli extracomunitari che vivono in Campania e messo tra i punti del suo programma di governo il no alla privatizzazione dell’acqua. Ciò ha, di fatto, tolto ogni validità perfino alle parole del segretario nazionale del partito a proposito della sinistra che parla, come nel caso di De Luca, lo stesso linguaggio della destra. Forse sarebbe il caso di rovesciare la questione, chiedendosi che linguaggio parla la nostra classe di riferimento, la classe dei salariati. Discorsi questi che meriterebbero più spazio, ma valgano questi cenni, sperando che chi replicherà a questa nota non semplifichi, né eluda, né diluisca la questione.<br />
Sul percorso che ha portato all’uscita dal Prc campano di suoi cospicui pezzi, desta più di una preoccupazione il pensiero che possa esistere un gruppo dirigente nazionale o sue parti che per governare il partito preferiscono condannarlo alla sparizione in una delle regioni più importanti d’Italia, mettendone gli eletti sullo stesso piano di malversatori.<br />
In questi giorni si parla, stando alle notizie riportate su il manifesto, di semplificare il simbolo della Federazione della Sinistra. Decisione giusta, perché la versione precedente dava l’idea di un’accozzaglia che anche sul terreno simbolico era in grado di trovare solo una soluzione che ne riflette la sua condizione di somma di organizzazioni diverse. Ma alla luce del calo continuo di voti il rischio concreto è che la semplificazione grafica che riguarderà il prossimo simbolo – nel quale si spera che falce, martello, stella e bandiera rossa siano molto più visibili che in questo – corrisponderà a una struttura di partito del tutto evanescente, attuando anche sul piano simbolico la rappresentazione dell&#8217;immagine di un simulacro vacante.</p>
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		<title>Lamento di giovedì santo</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 14:53:01 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Referto di un’assemblea tenuta troppo a caldo</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Ieri, mercoledì 31 aprile 2010, assemblea con Paolo Ferrero nel salone della Federazione di Napoli di Rifondazione comunista. I posti a sedere consistono in due gruppi di sedie nere con schienale e sedile nero di tessuto acrilico che tiene caldo d’inverno ma non è di molto conforto nelle stagioni calde. Ciascun gruppo è formato di dieci file da quattro posti, quasi tutte occupate. C’erano insomma, se si calcolano anche gli occupanti di altre stanze e le persone in piedi, più di cento persone provenienti da tutta la Campania per ascoltare cosa avesse da dire il segretario nazionale di Rifondazione comunista e coordinatore della Federazione della sinistra.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><span id="more-1758"></span> Tra i presenti anche il segretario regionale del Pdci, Giacomo De Angelis, e due esponenti della sinistra democratica di lunga militanza, Eugenio Donise e Nino Ferraiuolo. L’assemblea è stata introdotta e presieduta da Antonio D’Alessandro, commissario provinciale del Prc, tra i presenti Tommaso Sodano, consigliere provinciale del Prc e responsabile nazionale per le questioni ambientali, e Raffaele Tecce, responsabile nazionale del Prc degli enti locali. In platea, fra gli altri, il consigliere della municipalità Avvocata-Montecalvario-San Giuseppe-Porto del Prc Giuseppe Renato De Stasio. Tra i presenti, segretari provinciali del Prc di tutta la regione, fra cui quelli di Avellino e Salerno, e quello di Caserta.</p>
<p>Come già fatto in precedenti occasioni, non daremo qui un resoconto puntuale e minuzioso di tutta l’assemblea, ma cercheremo di restituirne il senso.</p>
<p>Numerose e non di poco peso le assenze. Consegnato a casa per problemi familiari il consigliere regionale uscente del Prc Vito Nocera. Bloccato a casa da un malanno il segretario regionale del Prc, Francesco Nappo, tormentato da fastidi fisici anche nel corso di tutta la campagna elettorale. Assente, perché occupato da altri impegni come il commento del voto regionale presso una tv locale, uno dei due consiglieri comunali di Rifondazione a Napoli, Alessandro Fucito, andato in onda su Televomero nella fascia oraria dalle 22:30 alle 23:30 di mercoledì 31 marzo. Assente il consigliere comunale di Napoli e capogruppo del Prc, Raffaele Carotenuto, autore in giornata di una nota molto dura nei confronti del gruppo dirigente nazionale del Prc. Assenti anche i consiglieri comunali del Pdci a Napoli Fellico, Frattasi e Sannino. Assenti anche i pochi esponenti del Prc nelle aziende a partecipazione pubblica, uno dei quali, Fabio Matteo, costretto a letto dall’influenza stagionale, e diversi esponenti dei circoli, tra cui ci piace ricordare qui Gian Marco Pisa, il quale, in base a indiscrezioni che non abbiamo la possibilità di verificare, è stato bloccato da una improvvisa gelata, e trascorrerà le festività pasquali tra le mura di un monastero ortodosso del Kosovo serbo.</p>
<p>L’assemblea ha avuto inizio alle 18:30 e si è conclusa poco dopo le 21. La relazione introduttiva e la conclusione sono state tenute da Paolo Ferrero. Poiché c’erano numerosi iscritti a parlare si è deciso di suddividerla in due sedute, la seconda delle quali da tenere la settimana dopo Pasqua.</p>
<p>Nell’introduzione Ferrero ha detto che la tornata elettorale ha rafforzato l’asse tra governo e Lega, che ora il governo è più forte, che il voto alle liste del movimento di Beppe Grillo raccoglie una protesta e una domanda di partecipazione, Ferrero nota che se il governo non è stato punito è colpa dell’opposizione che non lo incalza sui temi del lavoro. Sul risultato elettorale, se la Fds non cresce, nemmeno Sel lo fa, e ha dedicato alcune parole a Nichi Vendola, la cui intervista concessa a Repubblica ieri (31 marzo) sulla fine dei partiti e la necessità di aprire «fabbriche» in tutta Italia è stata giudicata complementare e interna alla politica del Pd. Non nasconde i risultati negativi, la Fds arretra rispetto alle elezioni europee e va male in Campania e Lombardia; laddove il partito è andato da solo è stato punito, ma è stato giusto nel resto d’Italia andare in coalizione e fare accordi tecnici, anche in Piemonte dove i voti degli abitanti della Val di Susa si sono spostati in massa dalla lista del Prc/Fds al Movimento di Grillo. Ferrero non si sofferma più di tanto sul risultato campano: «continuo a pensare che andare con De Luca fosse la scelta sbagliata», e sulla scelta di candidarsi: «forse il candidato presidente che abbiamo scelto non era il migliore possibile».</p>
<p>Ciò che Ferrero è venuto a riferire sono le decisioni del gruppo dirigente del Prc prese il giorno dopo il voto: accelerare il processo costitutivo della Federazione della Sinistra e nello stesso tempo rivolgere proposte unitarie a Sel e Verdi, una volta chiaro che non si rinuncia alla falce e martello; incalzare il centrosinistra a fare opposizione con una campagna sul lavoro e sul fisco; intraprendere una campagna referendaria per l’acqua pubblica e contro il nucleare; preparare dei referendum sul lavoro collegandosi in particolare alle mosse che farà Sacconi dopo che il Capo dello Stato non ha firmato la legge che aggirava l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Fin qui Paolo Ferrero.</p>
<p>Sono intervenute dodici persone. Tranne il primo intervento,di Jacopo Renda, polemico con la linea nazionale ma non con la scelta di correre da soli, tutti gli altri (nell’ordine: Malinconico, Sodano, Donise, Coccia, Montanile, Tecce, Vetrano, Barra, Servo, Falivena, Della Pia) hanno ringraziato Ferrero per lo sforzo compiuto candidandosi e facendo la campagna elettorale e non hanno espresso alcuna perplessità sulle scelte compiute né – salvo sfumature quasi impercettibili contenute negli interventi di Donise, Servo e Falivena – punti di vista divergenti da quello espresso da Ferrero sul da farsi. Purtroppo non siamo in grado di riferire chi sono gli iscritti a parlare rimasti fuori dall’elenco, è certo tuttavia che nessuno di coloro che hanno parlato ha espresso anche il benché minimo cenno a ripensare le scelte fatte, mentre una parte della platea è rimasta ad ascoltare mantenendo un meditativo silenzio. Raffaele Tecce si è assunto la responsabilità di chiedere che il partito non voti il prossimo bilancio del Comune di Napoli, e al suo si sono sommati altri interventi di critica all’operato e al ruolo degli eletti di Rifondazione comunista, come quello di Nicola Vetrano, che ha rilanciato la proposta avanzata da Tecce e polemizzato con la decisione del segretario regionale del Prc in carica di cercare di tenere dentro il Prc Corrado Gabriele che poi ha finito per andare via ugualmente. Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento successivo, di Barra. La platea continuava a restare in ascolto, perplessa e silenziosa, pochi gli applausi.</p>
<p>Nelle conclusioni Ferrero è ritornato sulla proposta complessiva avanzata nel suo discorso introduttivo e ha sottolineato la necessità di recuperare credibilità che hanno i partiti della Federazione della Sinistra, lasciando intendere con chiarezza che il risultato ottenuto alle elezioni è un prezzo da pagare necessario a fare tabula rasa in Campania, a cominciare dagli amministratori locali e dagli eletti. Le divisioni di Rifondazione comunista sono diventate per la Lega un caso da manuale di come non bisogna fare, ha spiegato basandosi su colloqui con esponenti leghisti. Nel dare una valutazione dello scenario politico complessivo e delle possibilità di interlocuzione con le altre forze di sinistra tra cui il Pd, dove è iniziata una resa dei conti dopo il risultato non esaltante delle elezioni regionali, Ferrero ha detto la sua a proposito di alcuni fenomeni di riposizionamento della stampa di sinistra, tra cui «Repubblica», osservando che si è allontanata dalla linea di appoggio a Walter Veltroni, questione sulla quale torneremo fra poco. Infine, come proposta di una possibile nuova forma organizzativa in vista dell’accelerazione verso la Federazione della sinistra ha dato un giudizio positivo del sistema a rete alla base dell’organizzazione del movimento di Beppe Grillo, e specialmente della possibilità per qualsiasi attivista di mettere le sue parole nei programmi elettorali e nelle proposte politiche complessive, giudicandolo un elemento di democratizzazione della vita politica molto efficace, anche su questa questione avremo modo di tornare. Fin qui Ferrero e l’assemblea di ieri.</p>
<p><strong>Dall’ossimoro al bipensiero</strong></p>
<p>Non sappiamo che pensare di quegli interventi nei quali per risollevare il morale è stato notato che durante la campagna elettorale nuove forze, e giovani, si sono avvicinate al partito. Sono storie già sentite. Non mettiamo in dubbio questa notizia, ma è un dato fisiologico ormai consolidato che esiste una quantità di persone che nel corso della campagna elettorale si avvicinano a una forza politica come la nostra, forse qualche sociologo è anche in grado di calcolarla. Resta da capire, se la situazione è questa, quanto tempo ci metteranno ad andare via dopo aver capito l’aria che tira.</p>
<p>Sul suo blog Claudio è Grassi (<a href="http://www.claudiograssi.org/">www.claudiograssi.org</a>) a scrivere che negli ultimi anni i dirigenti hanno sempre contraddetto le scelte dei militanti, non noi a cui si può legittimamente rimproverare di avercela con tutti e di voler distruggere sempre. In Campania è successo proprio questo per l&#8217;ennesima volta, e temiamo che succederà ancora, finché ciò che resta di Rifondazione non sarà completamente spazzato via e mandato a quel paese da tutti, elettori e iscritti. In Campania siamo scomparsi, nel resto d’Italia quasi.</p>
<p>Perchè se qualcuno veramente credeva che il partito doveva giocarsi fino in fondo la competizione elettorale la lista, tanto per cominciare, invece di contenere solo pochi nomi rappresentativi, avrebbe dovuto essere composta, come alcuni autorevoli compagni ci hanno fatto osservare, con tutti gli esponenti più noti del partito, proprio perché avesse la visibilità più ampia, e anche con molti di coloro che hanno caldeggiato la scelta di andare da soli, che invece in lista non c’erano. Si capisce, evitando sovrapposizioni eccessive tra bacini elettorali, ma sarebbe stato proprio questo il momento di tirare in ballo tutte le componenti del partito, il che è avvenuto ma con un coinvolgimento di nomi non all’altezza del valore strategico della posta in gioco. Lo stesso Claudio Grassi, che asseriva che ogni componente avrebbe fatto la sua parte, altrimenti si sarebbe dovuti andare a un chiarimento politico, ora vorremmo sapere cosa ha da dire visto che la loro parte le componenti del partito l’hanno fatta a metà, sapendo che i nomi di maggior peso non si dovevano spendere fino in fondo per non far circolare il proprio nome troppe volte nel giro di pochi anni.</p>
<p>Invece ci tocca leggere resoconti deliranti dell’esperienza appena fatta, come l’«Abbiamo perso vincendo» di un consigliere di municipalità tanto attento ai problemi di omosessuali e extracomunitari della sua zona da dimenticarsi di tutto il resto, molto contento di aver trovato un ossimoro adatto alla situazione. Ma forse è bipensiero, per chi ha letto <em>1984</em>, e della grana peggiore. Del resto lo stesso clima si respirava ieri nella sala della Federazione di Napoli del Prc. Una parte di quelli che c’erano ieri vedeva realizzato il proprio progetto di partito, si trovava perfettamente a proprio agio in una forza politica che sentiva propria, di cui si sta man mano impossessando.</p>
<p>Nello stesso discorso di Ferrero c’è più di una contraddizione sotto questo aspetto. Parla di combattere il settarismo, ma dovrebbe chiedersi se c’è scelta più settaria di quella compiuta qui in Campania stavolta. Lo stesso quando propone di prendere in prestito i sistemi di democrazia delle reti sociali alla base del movimento grillista. Forse dimentica che cos’era, molto tempo fa, la redazione di un volantino, che spesso era il risultato di discussioni di ore di decine di iscritti. Oggi perfino gli errori gravi di italiano non vengono corretti nei volantini, e ognuno scrive quello che gli pare. Basterebbe ripristinare la democrazia del partito, il rispetto dei ruoli, ma se si continua a seguire la traiettoria opposta non c’è da stare allegri. Non è la prima volta che lo facciamo notare.</p>
<p>Un’altra contraddizione di Ferrero forse è ancora più preoccupante, perché rivela con quanta approssimazione si dedichi a valutare le prospettive politiche e quanto le informazioni in suo possesso siano attendibili. Già se avesse letto «Repubblica» di ieri gli sarebbe bastato a capire che ciò che stava bollendo in pentola non era proprio un accantonamento di Veltroni, visto che i redattori del giornale fondato da Scalfari sono andati a intervistare addirittura la figlia, che bontà sua a ventidue anni si trova a New York a studiare cinema. Ma oggi ben tre pagine del giornale espongono la linea dell’ex segretario del Pd, con tanto di paginone di intervista, della quale a questo punto quella a Vendola, ieri, non rappresentava che un prologo.</p>
<p><strong>Un altro giro di giostra</strong></p>
<p>L’atteggiamento di Ferrero e dei dirigenti napoletani del Prc che ne appoggiano e in qualche misura ne ispirano le mosse è sin troppo chiaro: minimizzare la portata della sconfitta, dire agli esponenti del Prc/Fds campano che la sua candidatura è stata voluta da loro, andare avanti lungo la direzione già tracciata. La stessa assemblea di ieri sembra davvero troppo tempestiva per riuscire verosimile. Se si giustifica la relativa folla che c’era, appaiono meno chiari i motivi di tante assenze, a meno di non attribuirli a una forma mascherata di dissenso. Ricordiamo ancora che la decisione di andare da soli è stata imposta da Paolo Ferrero (spalleggiato da esponenti locali come Tommaso Sodano) al Prc/Fds campani senza tener conto dell’orientamento contrario del comitato politico regionale. Se è vero, come a noi risulta, che la riunione è stata convocata da Sodano, inizia a delinearsi un quadro nel quale un gruppo preciso (Sodano, Tecce, Malinconico, D’Alessandro) si rende conto che occorre dare una stretta sul partito campano in modo da conquistarne la direzione. Fatto questo, ragionano, sarà possibile esercitare l’egemonia su tutti i nuovi iscritti e lavorare, in un arco di tempo che si spera non sia troppo dilatato, per rafforzarlo. Il prezzo, come facevamo notare più sopra, è la cacciata di alcuni rappresentanti istituzionali, imbarazzanti perché orientano voti e possono essere assai visibili sui mezzi di comunicazione. Si capisce anche, perciò, la virata presa dall’assemblea nel crescendo di interventi che c’è stato da quello di Tecce in avanti sulla necessità di esautorare e di allontanare dal partito (e dalla Federazione?) i consiglieri comunali che non dovessero uniformarsi alla sua linea sul bilancio del Comune di Napoli. Ricordiamo, se la memoria non c’inganna, un intervento di Nicola Vetrano a un comitato politico regionale di più di un anno fa, nel quale si scagliò apertamente contro tutto il personale politico eletto nelle amministrazioni locali della Campania, arrivato ormai al capolinea.</p>
<p>In uno degli interventi dell’assemblea di ieri, non ricordiamo più quale, è stato detto molto chiaramente che i quarantamila voti presi dal Prc sono voti puliti, che non hanno niente a che fare con clientele e scambio di favori. Per quante critiche si possano rivolgere ai due passati esponenti di Rifondazione alla Regione, Corrado Gabriele e Vito Nocera, riteniamo che le accuse di voto di scambio, di clientelismo, siano molto pesanti e che vadano ben ponderate prima di formularle. Ma d’altra parte possediamo elementi a sufficienza per essere persuasi che l’atteggiamento del gruppo dirigente nazionale di Rifondazione nei riguardi del partito e degli eletti campani derivi da una valutazione che vede in costoro un personale politico che si è dedicato anima e corpo al malaffare. L’iniziativa politica che Rifondazione, proprio con quegli eletti regionali tanto vituperati, ha condotto in questi anni, dimostra che le cose non stanno esattamente così. Del resto gli stessi, nel Pd, in Sel, che fino a pochi mesi fa erano disposti a giurare sulle malefatte di Corrado Gabriele e sparavano a zero su di lui senza transigere («so certe cose&#8230;») ora che è stato eletto nel Pd dicono che, guarda un po&#8217;, è anche simpatico. Le tecniche di comunicazione, a saperle usare, si adeguano con rapidità subitanea alle condizioni mutate del discorso.</p>
<p>La situazione comunque si va ingarbugliando ora dopo ora. La fuoriuscita di Gabriele, prontamente eletto nel Pd, è cosa nota, così come si sa che l’ha seguito una buona pattuglia di dirigenti, iscritti e qualche eletto di Rifondazione, che non ha nemmeno dato troppe spiegazioni perché non ce n’era tempo, bisognava fare la campagna elettorale, o da una parte o dall’altra. A quanto ci risulta i rapporti di Raffaele Carotenuto e Vito Nocera, su piani diversi, con il centro del partito sono molto logori, al punto da evocare immagini di corde tese sul punto di spezzarsi appena aumenterà ancora la tensione di trazione lungo la loro linea d’asse.</p>
<p>Occorrerebbe, visto che qualsiasi cosa decida in autonomia, la Campania è una regione a sovranità limitata per quanto riguarda le decisioni strategiche del Prc/Fds, che qualcuno dei dirigenti del partito a Roma si svegli e torni sui suoi passi, perché andando avanti esattamente come è stato fatto in questa tornata elettorale il partito può ridurre ancora di molto il suo consenso. Un partito così non serve a nessuno.</p>
<p>Giusto perciò, a questo punto, chiedersi cosa succederà. Per quanto ci riguarda non crediamo alle scelte individuali e non abbiamo alcuna intenzione di contraddire un percorso politico che ci ha portati, quasi vent’anni fa, fuori dal Pds perché avevamo notato che i suoi dirigenti avevano serie intenzioni di recidere le radici che lo ancoravano al socialismo.</p>
<p>L’evoluzione del quadro politico nazionale non induce a essere ottimisti. È un dato di fatto che il Pd mantiene un orizzonte liberista, sebbene con la direzione di Bersani abbia sterzato verso il mondo del lavoro e iniziato a includere pezzi consistenti della sinistra che se ne era distaccata fino a quindici anni prima. Ma ci sono altre forze politiche, in Italia, che stanno iniziando a occupare gli spazi prima saldamente in mano a Rifondazione. Italia dei Valori, ad esempio, è riuscita a raccogliere alcune cospicue forze sindacali – clamoroso fu il passaggio di Maurizio Zipponi, Fiom di Brescia, a Idv – e pezzi dello stesso Prc, passati spesso interamente alla formazione di Di Pietro e De Magistris. Il movimento di Vendola, per quanto abbia gli stessi numeri del Prc e spesso poco meno, si basa solo su una grande visibilità mediatica, comunicativa, che gli fa guadagnare in attrattiva ma non in consistenza. Ma sia per Idv che per Sel i nodi verranno al pettine quando i loro esponenti e i loro eletti, tra i quali non mancano ex democristiani ed ex socialisti rispettivamente, combineranno i primi guai. Altre sacche di voto di opinione sul punto di trasformarsi in astensione, temiamo, se nessuno invertirà la rotta e non si ricominceranno a rispettare le regole democratiche, se la si smetterà con violenza implicita e terrorismo psicologico dei discorsi e le discussioni ricominceranno a essere civili, ma il berlusconismo e le tecniche di comunicazione si sono diffusi troppo in profondità anche da noi per non aver fatto danni gravi.</p>
<p>Se invece le cose restano così come sono il consenso a comunisti e socialisti di sinistra raccolti nella Fds continuerà a perdere pezzi di ora in ora, tanto da lasciar supporre che il simbolo della bandiera rossa con falce, martello e stella possa diventare, per questa forza politica, un simulacro vuoto, non più l’unica base a partire dalla quale si può lottare per una società diversa, visti i contenuti e la povertà di proposte e uomini degni di essere chiamati con questo nome che abbiamo da offrire.</p>
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