8) La prima metà dell’Ottocento. Gli ultimi grandi Pulcinella: Filippo Cammarano e Antonio Petito. «L’ultimo signore della scena popolare partenopea»: Pasquale Altavilla.
Nella prima metà dell’ottocento, l’epicentro teatrale italiano si era andato spostando a Napoli; da quando, cioè, De Marini era diventato, con le sue proteiformi abilità, l’attrazione del Teatro dei Fiorentini e Donizzetti vi aveva trovato prolungato rifugio; mentre Pulcinella, riformandosi anch’egli, estendeva ai signori l’area del suo pubblico. Erano gli anni in cui la famiglia Cammarano dava al teatro numerosi artisti.
Dei Cammarano, è restato celebre Salvatore, quale librettista di Lucia di Lalammermoor o del Trovatore, ma egli non fu soltanto collaboratore di Donizzetti e di Verdi. Settecentesca era l’origine della sua famiglia d’arte, fondata da un Giancola siciliano, stabilitosi in Napoli. E qui, i Cammarano godettero di fama particolare lungo la prima metà dell’ottocento: da attori e librettisti; da musicisti e pittori; nonché da autori e sceneggiatori, «essendo sempre più apprezzata, in questa città, la capacità di articolare le doti ereditate dai singoli ceppi familiari», come scrive Claudio Meldolesi. Dunque, si tornava a vedere, nella Napoli di quel periodo, la capitale alternativa dell’arte italiana, dov’era possibile creare senza i soliti controlli e in sintonia con la nascita della canzone napoletana; inoltre, Napoli era, forse, l’unica realtà locale che, già a metà dell’ottocento, poteva vantare una solida e ricca tradizione di teatro in dialetto. E qui, come scrive Gigi Livio, «all’interno di un linguaggio della scena che, nella “maschera”, trovava la forma di espressione autenticamente “finta” di quel mondo popolare» si inserirono Filippo Cammarano e Antonio Petito.
Filippo Cammarano (Sicilia 1764-Napoli 1842). Attore e commediografo. Filippo Cammarano nacque in Sicilia, il 16 agosto 1764, da Vincenzo (Giancola), applauditissimo Pulcinella, e Paola Sapuppo . Alla morte di Giancola, avvenuta nel 1809, la maschera del “Pulcinella” fu raccolta da suo figlio Filippo, il quale assunse l’onere e l’onore di mantenere in vita la eredità lasciatagli dal padre. Filippo si comportò degnamente, divenendo, oltre che un valentissimo Pulcinella, anche un apprezzato e prolifico commediografo. Si impose al teatro La Fenice ed al San Carlino. Mise mano al repertorio goldoniano, traducendolo in napoletano ed imponendosi come un commediografo a largo respiro.
Antonio Petito (Napoli 1822-1876). Attore e commediografo. A proposito di “Totonno ‘o pazzo” –così era soprannominato Antonio Petito- Enzo Grano scrive che egli fu: «Un simbolo delle aspirazioni popolari e finì per insegnare al proletariato ad avere un nuovo rispetto per se stesso ed una serena coscienza dei propri doveri». Antonio Petito era considerato il re dei Pulcinella, anzi potremmo dire che Pulcinella era ed è sinonimo di Petito. Egli ereditò, da suo padre Salvatore, quella maschera e la liberò dalle rigidezze di un modello stilizzato, rendendola incline a raffigurare i caratteri più vari, in modo che si facesse simbolo e voce del popolo napoletano. Oltre ad essere ricordato come il più grande interprete dell’Aversano, Petito è stato anche un prolifico commediografo. Tra le sue più belle opere, ricordiamo Palummella zompa e vola, Cicuzza, Sò mastu Rafele e non te ne ‘ncarricà Francesca da Rimini. E qui ci fermiamo, perché l’elenco sarebbe lunghissimo. Morì sul palcoscenico, la sera del 24 Marzo 1876, recitando La statua vivente spaventata da Pulcinella, di Marulli.
Pasquale Altavilla (Napoli 1806-1875). Attore, mimo, commediografo, ballerino, musicista, autore di bellissime canzoni e cantante. Fu definito da Salvatore Di Giacomo «L’ultimo signore della scena popolare partenopea».
Altavilla nacque a Napoli, il 6 dicembre del 1806. Calcò le scene del teatro San Carlino per oltre 46 anni allorché, per l’invidia degli altri attori, alla testa dei quali si era posto Antonio Petito, ne uscì in malo modo, anche se a testa alta. Immediatamente dopo, in compagnia con Davide Petito e Luisa Amato, furoreggiò al teatro Sebeto, allora in decadenza, riuscendo a fare una spietata concorrenza al teatro di piazza Castello. Il Pasquale Altavilla scrittore di teatro era il commediografo dell’attualità: la maggior parte dei suoi testi, infatti, prendeva spunto dai fatti che accadevano giorno per giorno. Furono 110 le sue commedie stampate, ma ne scrisse sicuramente di più, e tutte pubblicate dalla Tipografia de’ Gemelli. tra il 1849 ed il 1853. Pasquale Altavilla morì il 2 agosto 1875, cadendo per le scale nel mentre, per la sua troppa cortesia, era intento ad ascoltare una signora che gli richiedeva un palco per lo spettacolo della sera.
9) Dopo l’Unità: Francesco Mastriani – Achille Torelli
Scrive il Croce in La vita letteraria a Napoli dal 1860 al 1900 «Il decennio o dodicennio, corso tra il 1848 e il 1860, fu tra i più squallidi della cultura napoletana». Disperse le scuole letterarie e filosofiche, che avevano preannunciato e accompagnato il moto rivoluzionario del ’48, la letteratura si era ridotta, quasi unicamente, alle esercitazioni dei grammatici e dei verseggiatori romantico-arcadi; la filosofia taceva e soltanto i non sospetti studi di giurisprudenza e delle scienze esatte mostravano qualche vigore. Coloro che erano stati compagni o allievi degli uomini ora lontani perché in esilio, tentavano di riannodare, per proprio conto, i pensieri e i lavori ai quali erano stati iniziati: ma fra i timori e con cautele di ogni tipo, e, soprattutto, senza potersi stringere tra loro in opere comuni. «La grande passione di quegli anni fu, in Napoli, il teatro», scrive ancora il Croce; ma della tanta letteratura teatrale che si produsse in quel periodo, non restano che le opere di Francesco Mastriani, del “Basso Romanticismo”; colui che fece delle pene e delle sofferenze del popolo napoletano, dopo l’ennesima delusione seguita all’Unità d’Italia, un solo fardello da sostenere sulle sue spalle.
Francesco Mastriani nacque a Napoli, il 23 novembre del 1819, da una modesta ma agiata famiglia borghese, che gli permise di seguire gli studi. Il figlio Filippo, in Cenni sulla vita e sugli scritti di Mastriani, assegna al padre circa 900 lavori, tra pezzi di costume, racconti, strenne della Napoli borbonica, tentativi teatrali e scritti su vari periodici. La maggior parte dei suoi romanzi narra fatti di camorra, lunghe lotte sfocianti nella vendetta e nel sangue, truculenti situazioni sociali di avvilente miseria, di codici d’onore e relativa giustizia. Dai suoi lavori, sgorga, violenta, la cruda realtà della Napoli sofferente, dalle mille piaghe, abbandonata a se stessa, con i personaggi di quei luoghi che sono parte integrante e degna cornice. Tra i numerosi romanzi di Mastriani, adattati alle scene, ricordiamo senz’altro: la trilogia socialista: I Vermi, Le Ombre, I Misteri di Napoli; e poi: La cieca di Sorrento, La sepolta viva, I Lazzari, Il barcaiuolo d’Amalfi, e La Medea di Portamedina, forse la più nota. Mastriani morì il 7 gennaio del 1891, fra il sincero dolore di tutta la sua città.
Achille Torelli (Napoli 1841-1922). Scrittore e commediografo. Di antiche origini albanesi, Achille Torelli nacque a Napoli il 5 maggio 1841 da Vincenzo e da donn’Anna de Tomasi dei principi di Lampedusa, zia del famoso autore de Il Gattopardo. Contemporaneo del Mastriani, Torelli ne rappresenta, in un certo senso, l’antitesi. La sua opera teatrale e la sua personalità di commediografo furono la testimonianza napoletana della destra culturale italiana. È noto soprattutto per la commedia I mariti. Fra gli altri suoi lavori ricordiamo Troppa grazia, La moglie, Triste realtà, Scrollina. Ha lasciato anche commedie in dialetto napoletano, come: ‘E ddoje catene, ‘A chiesa d’ ‘o sange. Tipico esponente della prima generazione post-risorgimentale, il Torelli tralasciò i grandi temi politici e si volse ad indagare problemi e costumi della borghesia.


